Cercasi titolo per racconto improvviso

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Ciao a tutti! 

Per tornare a coinvolgervi nell’attesa che il secondo libro della saga venga completato, volevo proporvi un piccolo racconto che ho scritto qualche tempo fa e su cui vorrei, in un futuro prossimo, tessere un libro intero.

Non sono mai stata brava nell’usare determinate parole nei titoli, ma mi piacerebbe se qualcuno, dopo aver letto queste brevissime righe, potesse esprimermi qualche idea al riguardo. 

Si accettano altri tipi di commenti / suggerimenti …e buona lettura 🙂

 

Tutto cominciò quando nacque una generazione di individui che risultarono essere la fotocopia genetica e fisica di persone già esistite. Tale anomalia fu identificata come una malattia: la chiamarono paramnesi interparallela. Si trattava di un fenomeno nuovo, mai verificatosi che, se non eliminato o nascosto, poteva presentare dei problemi per la società del mondo intero. Questa “malattia” consisteva in un temporaneo abbandono delle capacità cognitive e successivamente fisiche. In principio si presentava come un déjà-vu costante, incapace di essere fermato. Le reazioni della malattia erano quasi impossibili da controllare se non con il coma farmacologico. Il rischio era che tali individui potessero entrare nel déjà-vu e sparire, per poi ritornare indietro come se si trattasse di un viaggio nel tempo. I malati narravano di luoghi identici a quelli in cui vivevano e popolati dalle stesse persone: universi paralleli dove ogni essere umano aveva la stessa identità. Tuttavia, età, abitudini, conoscenze e altro differivano dal mondo in cui erano nati. L’equilibrio delle cose si poteva alterare. I malati portavano con sé oggetti che appartenevano ad altri universi, o persone che nella loro realtà erano morte. Così, gli Scopritori arginarono il problema.

 

Dal registro dei sogni – Anno 2046

Non riesco mai a vedere il sole tramontare. Ci provo più volte a guardare l’orizzonte di continuo, ma non becco mai il momento in cui il sole viene inghiottito dal mare. Sarà che sono troppo distratta, come dice sempre Zora, la nostra istruttrice. Ho diciassette anni. Tra pochi mesi dovrò scegliere il mio compagno e creare una famiglia. Se non avrò procreato entro il mio diciottesimo compleanno, sarò mandata via da qui, da casa mia. Anche se, ogni tanto, scorgo qualche baluginio di luci colorate dall’altra parte della costa e mi viene voglia di sapere cosa c’è là. In realtà quest’emozione che somiglia tanto alla curiosità, ma che invece la nostra dottrina ci insegna a chiamarla insolenza e ingratitudine verso la nostra terra natale, per me non è nulla di tutto questo. Così, Zora placa le mie domande sull’isola sconosciuta dicendo che si tratta di un altro posto simile a  questo dove altra gente lavora per fornirci i sostentamenti necessari.

Anche noi forniamo ad altri qualcosa: alcuni di noi lavorano il ferro, altri producono materiale come cemento, argilla, gesso o altro occorrente per l’edilizia. Io mi occupo della creazione del vetro. Proprio un mese fa hanno progettato un tipo di finestra che si apre attraverso un telecomando, per evitare che qualcuno appoggi le sue unte dita sul vetro. Fin qui niente di nuovo, se non per il fatto che il vetro letteralmente svanisce, scomponendosi nel vuoto. Non ho ancora ben capito come funzioni tale processo, ma i ricercatori ci ripetono continuamente che è grazie a Noi che ciò può accadere.

Alle volte molte domande si affollano nella mia mente, ma nessuna di queste riceve risposta. Sono orfana e ogni tanto mi sento sola e triste, ma gli amici e le persone con cui abito mi fanno sentire parte di loro.

Io sono Viola, sono qui da sempre e l’ultima cosa che voglio è andarmene. Questa è la frase che mi ripeto sempre. È come se qualcuno me l’avesse impressa a fuoco nella mente e la sento galleggiare in sovrimpressione soprattutto quando penso all’orizzonte e a quello che c’è fuori da Mozia.

Sento qualcuno chiamarmi non da troppo lontano, forse dal centro dell’isola. Lì è dove c’è l’edificio più grande. I ricercatori la chiamano Fabbrica, ma noi ragazzi le abbiamo dato un nomignolo che rispecchia di più ciò che è: la Divoratrice. Sì, perché lei divora tutte le nostre energie, letteralmente. Alla fine delle nostre otto ore lavorative, ci attaccano delle flebo. I ricercatori dicono che serva per restituirci un po’ delle nostre energie, ma io avverto il contrario. È come se la parte più reattiva rimasta nella mia mente venisse risucchiata. Mentre la gocciolina del liquido azzurro cade e la sento penetrare nelle mie vene, mi accorgo di entrare in un altro mondo dove non sono mai stata e sogno persone sconosciute di cui al risveglio non ricordo neanche il volto.

Alla fine della seduta siamo liberi. È la parte della giornata che preferisco, e adesso è uno di quei momenti.

La voce che mi chiama è quella di Adone. Mi alzo di fretta dando un’ultima occhiata all’orizzonte. L’aura arancione del sole è anch’essa scomparsa e il cielo si sta tingendo di indaco. È ora di lasciare questo posto di solitari pensieri.

Quando raggiungo Adone è insieme ad Iris, la mia migliore amica.

 Per i maschi l’età in cui devono riprodursi non è scandita come quella delle donne. Loro non scelgono la loro compagna, ma è la donna a farlo nel giorno dell’Unificazione della Carne, una cerimonia che la nostra dottrina tramanda da anni. Il giorno del loro diciottesimo compleanno, le ragazze vengono vestite di un abito rosso e denudate davanti ad una schiera di uomini che non si sono ancora riprodotti e che hanno anch’essi compiuto diciotto anni.

Questo pensiero mi spaventa, ma non ho scelta. Chi si oppone alla cerimonia deve attraversare a nuoto la distanza tra le due isole. E nessuno che io conosca è mai riuscito a farlo e a ritornare vivo.

“Ho sentito che stasera compirà diciotto anni una ragazza” mi racconta Iris piano.

“Chi è?” chiede Adone, cercando di apparire disinteressato. Ma io sento il celato tremolio della sua voce. Io sento che le sue mani stanno sudando. Io sento che il suo cuore sta martellando forte e che i suoi pensieri stanno viaggiando ad una velocità supersonica.

“Delphina è il suo nome” risponde Iris, portandosi dietro l’orecchio una ciocca dei suoi capelli ricci e neri. Scruta Adone con interesse, poi arrossisce violentemente e abbassa lo sguardo. Mi imbarazzo anche io a guardarla mentre si perde negli occhi di Adone, azzurri come il mare. Incrociare il suo sguardo equivale a tuffarsi da uno scoglio in pieno inverno.  È una sensazione molto forte.

Una delle domande che ho rivolto una volta a Zora e che l’ha fatta andare in bestia, riguardava proprio la cerimonia dell’Unificazione della Carne. Ho chiesto perché le donne che sceglievano gli uomini dopo pochi giorni sparivano, per poi ritornare a distanza di un anno o poco più. Lei si è arrabbiata e mi ha rinchiuso in una stanza dove ha detto che avrei dovuto meditare. E di nuovo la frase che è un tutt’uno con la mia psiche da sempre, è riemersa. Io sono Viola, sono qui da sempre e l’ultima cosa che voglio è andarmene.

Il braccialetto che Adone aveva al polso cominciò a lampeggiare. Lui cercò di nasconderlo, ma io fui più veloce. Gli afferrai il polso e lo direzionai verso l’ombra di un platano, in solitudine.

 “Il braccialetto lampeggia. Significa che questa sera parteciperai alla cerimonia” gli dissi col fiato corto. I suoi occhi luccicavano nella lieve luce di un tramonto oramai inoltrato.

“Esatto. Può anche darsi che ci sia più di una ragazza stasera. Ho sentito che altre hanno compiuto gli anni in questi giorni ma che hanno rimandato la cerimonia per accorparle tutte. Sai cosa significa?”

“Significa che avrai più possibilità di essere scelto” risposi. Il palloncino d’aria che si era creato nello stomaco non appena la verità si era fatta strada nella mia mente, minacciava di scoppiare da un momento all’altro.

“Sì” assentì lui. “Non ho molto tempo per dirti quello che devo, quindi non interrompermi”.

Si guardò per un ultima volta intorno, prima di ritornare a fissarmi.

“Dopo la scelta e nei giorni seguenti, le ragazze sono costrette a rapporti sessuali continui fino a quando i ricercatori non si accertano del loro stato di gravidanza. Chi non riesce ad avere bambini viene trasportato nell’Isola Grande e non fa più ritorno qui. Se la donna, invece, partorisce, le viene sottratto il bambino. Non lo rivede mai più”.

Tacque improvvisamente, aspettandosi una mia reazione. I miei occhi terrorizzati, evidentemente, gli impedirono di andare avanti fino a quando non mi ricordai di avere delle corde vocali che potevo usare.

“Chi ti ha detto queste cose?”

“Le ho viste. È da un po’ che osservo come si muovono le navi e che tratta fanno. Noi chiamiamo ricercatori la gente che ha ideato tutto questo. Hanno scoperto qualcosa su di noi e ci tengono qui per questo!” Adone si portò una mano al mento, evidentemente frustrato. “La dottrina, la cerimonia, la fabbrica… è tutta un’invenzione! Ti sembra normale che qui non ci siano bambini?”

“I bambini ci sono…”

“Hanno un’età superiore ai cinque anni. Dove finiscono quelli appena nati? E le madri perché ritornano dopo tanto tempo? Dio, Viola, siamo tuti orfani te ne rendi conto?”

“Le madri e i loro figli vengono trasportati in un ospedale lontano da qui, per le cure primarie”.

“Svegliati, Viola. Quest’isola è in mano agli  Scopritori”.

Si toccò la tempia sinistra e strizzò gli occhi, come preso da un forte mal di testa. “Io sono Adone, sono qui da sempre e l’ultima cosa che voglio è andarmene” biascicò, in preda ai tremori.

“Anche tu hai questa frase che ti ronza in testa da sempre? È qualcosa che ci hanno inculcato fin da quando ci hanno portati qui. È una formula che ci impedisce di essere liberi!”

Iris riapparve in quel preciso istante: “Venite o no?”

“Sii pronta” le sussurrò per ultimo. Poi sorrise ad Iris e la raggiunse.

Non riuscivo a capire perché me l’avesse detto giusto prima della cerimonia dell’unificazione della carne. Avrei preferito non andare, ma la dottrina ci obbligava ad assistere. Lo guardai allontanarsi e un pensiero mi sovvenne immediatamente. Anni fa, mi capitavano spesso periodi in cui mi svegliavo di soprassalto ricordando sogni che riguardavano la realtà in modo vivido. Nel corso della giornata, rivivevo quel sogno continuamente, fino a non percepire davvero cosa avessi sognato e se quella fosse la vita reale. Episodi del genere capitavano anche ai miei amici e questo mi rincuorava. Era normale. Tuttavia, quando un giorno io e Adone stavamo saltellando sulle rocce per individuare i punti in cui era possibile pescare, lui mi aveva avvertito di non proseguire a destra, altrimenti mi sarei fatta male. Non lo ascoltai, e pochi minuti dopo ero a terra, graffiata e con una gamba rotta. Poco dopo gli chiesi come aveva fatto a sapere ciò e lui disse semplicemente che per un attimo aveva visto la scena. Si era tutto dissolto nel giro di pochi secondi e convenne che doveva essere uno di quei sogni.

Era accaduta la stessa cosa quella sera? Lui aveva ‘visto’ qualcosa che si sarebbe dovuta verificare?

La dottrina ci impone di riprodurci in un dato momento e con gente che non vogliamo. Sento che non posso fare niente. Tengo tutto dentro e continuo a camminare. A volte mi sento come il mare che, al pieno della sua corrente raggiunge la spiaggia fino ad inondarla e poi, inesorabilmente, torna indietro, compiendo quello che fa ogni giorno, ogni minuto, ogni attimo, senza disturbare.

In questo momento però, non riesco a negare a me stessa che sono arrabbiata. Le parole di Adone stavano infuocando la mia anima.

Magari non scelgono lui, mi ritrovo a pensare. Ma è un pensiero passeggero, scacciato via subito dalla visuale di una ragazza completamente denudata davanti ad un gruppo di uomini.

Una sensazione che non so identificare, ma che provo spesso quando una razione del mio cibo mi viene per gioco sottratta da Iris, mi sommerge. Credo sia qualcosa che somiglia all’odio.

In quel momento vedo la ragazza additare Adone. Sento le gambe tremare mentre mi accorgo che tutto intorno a me si sta fermando: il mio sguardo si blocca sulla scena e non riesco a distoglierlo in nessun modo. Vedo che Adone è accanto a me e sento la naturale sensazione di aver già vissuto quel momento. Lui mi prende la mano e in un attimo non è più sera. Mi guardo intorno e il sole, il mio sole, splende e trafora i vetri dello studio dove un ricercatore ha eseguito la procedura giornaliera. Il contenuto della flebo si è esaurito e ora è un tutt’uno con il mio sangue.

Adone non è ancora stato scelto.

Era solo un incubo.

Giusto?

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